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#Versi – Anche le lucciole bevono il buio | Lorenzo Mele

Mentre si legge Lorenzo Mele, si riscopre il sacrificio del non-avere, della perdita, perché egli rende sacro (sacrum – ficio) ciò che non ha avuto (è una vita che ti aspetto, anche se ti sono / nato dentro) e si mette in marcia per giungere all’ente da conoscere, cioè la madre, che, ancor prima di essere donna, è genitrice non solo dell’Io come corpo, ma anche come spirito, come esigenza lirica, come tensione a un altro-da-sé: la madre diventa il fulcro di queste brevi poesie, perché il poeta desidera, forse brama, conoscere tutto quello / che siamo stati quando non c’eravamo e perché desidera bere il buio prima di dar principio alla luce, dove il buio è il divorarsi nel letto e la luce coincide col precipitare, in quanto è nell’abisso, nell’assoluto in negativo che egli riscopre se stesso e la grandezza del guardarsi dentro.

Se la madre è colei che è incaricata di insegnare la vita, il poeta come uomo è il discente, colui che ha il compito di accoglierla affidandosi alla memoria tattile, quella stessa memoria proustiana che, partendo da una scintilla fisica, conduce al ricordo, all’odore misto di fogliame e pane, un odore che si mischia con le figure retoriche di suono che egli cuce per tenere in piedi il verso, tra bisticci (fare a botte tutto il giorno con il giorno), assonanze (dirompente, perenne; attende, balene; aspetto, dentro), omoteleuti con rima interna (fogliame, fame) et cetera. 

Insomma: sono poesie dal linguaggio scorrevole ma denso, in bilico tra l’affanno della ricerca e una musicalità preminente. Dopo questa breve, brevissima disamina, vi lasciamo alle liriche di Lorenzo Mele.


Le madri non vanno a dormire

Le madri non chiudono gli occhi,

se ne stanno sveglie tutta la notte

con la notte, poi al mattino il chiudersi

dei palmi, a pugni chiusi contro la vita.

Le madri non vanno a dormire,

fanno a botte tutto il giorno con il giorno,

poi di colpo uno strascico a terra,

un dirupo le attende in agguato nell’alba.

Le madri hanno la forza dirompente

delle balene: un canto di grazia perenne,

il perdono molesto verso il mondo.

No, le madri non chiudono gli occhi,

loro a pugni stretti sempre,

a doverci insegnare la vita.

*

Questa mattina il sognarti

Questa mattina il sognarti a cuore aperto;

e tu senza voce che mi abbracci e piangi.

È una vita che ti aspetto, anche se ti sono

nato dentro. Aspetto che ti riversi in me

come ho fatto io ancora prima di esserci. 

Tieniti pronta per quando ti verrò a cercare,

dovrai raccontarmi chi eravamo, tutto quello

che siamo stati quando non c’eravamo.

*

Lucciole 

Chiamami nella notte quando

sfuggirai al sonno di Morfeo;

ci appenderemo alle stelle

come altalene funambole sui larici,

ci sfregheremo contro il cielo

e faremo scintille. Incontreremo

la fatica dell’averci, ma ci terremo

legati solo per mano. 

Anche le lucciole bevono il buio

prima di dar principio alla luce;

così i miei occhi nei tuoi

– a divorarsi nel letto –

proprio un attimo prima

di guardarsi dentro

per poi precipitare.

*

Memoria tattile 

Stanza dal sonno pesante questa

in cui mostri e acrilico litigano nella notte;

mentre l’ansia si getta alle caviglie

e non mi serra le palpebre del dormire

tu mi appari e sei memoria tattile

di fronte – gergo di fotografia –

odore misto di fogliame e pane:

quello che sfornavi quando avevo fame.

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