Poesia

Un gioco di specchi | Riproduzioni in scala | Demetrio Marra

Foto di Gianni Berengo Gardin.

di Luca Mannella.

Riproduzioni in scala di Demetrio Marra, uscito lo scorso novembre per Interno Poesia, incomincia all’insegna della migrazione, dell’esilio costretto e sofferto dei siciliani in cerca di una terra dove trovare libertà e lavoro, con un estratto del Codice Siciliano di Stefano D’Arrigo, primo dei numerosi riferimenti letterari presenti nella raccolta. Marra, nella figura del poeta itinerante, patisce lo stesso dolore di quegli uomini ormai scomparsi e con la sua opera sembra voler ricucire quello strappo, quella distanza apertasi dopo il trasferimento da Reggio Calabria, sua terra d’origine, a Pavia, città che lo ha accolto come studente di Lettere Moderne nell’Almo Collegio Borromeo dove ha vissuto per cinque anni.

I luoghi che compongono le tre sezioni della raccolta (Siano A e B o Tautoromanzo,1 Fatti diversi, E come in specchio, e una quarta sezione insieme complementare e unicum del libro fatta dal poemetto La città sostituita) sono la « molle pianura » e la « ghiaia raccolta » del Ticino, le strade commerciali di Pavia, Lo svincolo di San Leo, tratto superstradale vicino a Reggio che dà il titolo ad una poesia, i treni Intercity o Frecciabianca (sempre titoli di poesie) che servono come mezzo di trasporto e comunicazione da una terra all’altra e come laboratorio antropologico del poeta (« Mi vede mangiare patatine in sacchetto, / si stanca », Posto 51 e 52. Italotreno.), lo Stretto, fino al pullulìo toponomastico con cui Marra disegna le sue mappe, poetiche ed esistenziali (« Melito e Pentidattilo », « Bivongi », La vita a Kansas City, e molti altri). La casa e l’università, Pavia e la Calabria, Marra le porta come « innesti »; se da una parte ci sono i commercianti la cui stretta di mano puzza , cosi come puzzerà nel finale « l’indipendenza statale » della Città sostituita, e gli aperitivi con « olive denocciolate », dall’altra si stagliano pesanti e imponenti le Calabresi cose2 di cui l’autore ritrae lo squallore, le bellezze, la corruzione, il « non-finito », la fitta rete architettonica edificata con assonanze e corrispondenze nel sistema rimico interno; di cui racconta l’atto di nascita, il « mito fondativo » (per usare le parole di Riccardo Donati), cioè il terremoto di Messina del 1908, ne La vita a Kansas City, sotto lo spunto di Luciano Bianciardi de Il lavoro culturale, pamphlet politico e saggio di costume autobiografico.

Al sangue, al mancato soccorso da parte dello Stato, Marra fa risalire la nascita della sua civiltà, della sua storia. In un distico di poesie all’inizio di Fatti diversi Marra denuncia il suo e l’altrui provincialismo, perché tra Lo svincolo di San Leo e La vita negra (o agra, forse) di Pavia la dicotomia sentita da Marra si assottiglia, i due luoghi dell’anima, l’infanzia e adolescenza a Reggio e il periodo universitario pavese, si incontrano nel comune scenario drammatico e grottesco (i « ficarazzi », Lo Svincolo di San Leo, il « coglione che apre alle quattro e chiude / mezz’ora più tardi », La vita negra). Sull’asse che viene costruita da Pavia a Reggio il poeta balza da un tempo all’altro, da luogo a luogo, compie salti sintattici, racchiude le due dimensioni in un bisticcio: da « qui come allora » a « ora come lì », dal tempo in cui non esisteva « l’indistinzione / tra mondo e io » ai « tempi / vuoti delle holidays ». Marra riprende, tradotto in una poesia a stretto contatto con la prosa, le parole di Bianciardi ne La vita agra: « Costruirò la mia storia a vari livelli di tempo, di tempo voglio dire sia cronologico che sintattico ».3

Luciano Bianciardi, a cui Marra dedica il suo progetto di tesi come laureando in Filologia moderna, emerge in filigrana lungo tutta l’opera, dal tessuto linguistico fino al « mood irsuto e corrosivo ».4 Questo mood è lo spirito irrequieto, allo stesso tempo sornione e rivoluzionario che contraddistingue il protagonista della Vita agra così come l’io lirico del poeta calabrese: alacre osservatore dell’infima realtà che lo circonda (« auto invasi dai negri infelici perché ai felici / quelli che sorridono sempre gli dai l’euro, il centesimo / il niente »), sguaiato sovversivo (« vorrei denudarmi e correre come un toro/impazzito », ), infine contemplatore ed elencatore estatico (« le volte a crociera nei cortili, le foglie/ scricchiolare secche o verdi sotto ai piedi »). La vicinanza con lo scrittore toscano, oltre che essere a volte esplicita, viene altresì allusa, perché forse quel castello che si vede crollare dal finestrino del treno richiama il torracchione bianciardiano e la sua esplosione mai avvenuta, quindi la rivoluzione incompiuta. C’è in Marra la stessa volontà di scardinare, d’inquadrare col suo occhio rapido un ritaglio di mondo in bilico tra il bello e il faceto accompagnata da una forza asseverativa che si rispecchia nei verbi infinitivali, in particolare nel poemetto finale(« dissacrare » , « diacciare »), in convivenza con una condizione ottativa (« vorrei ») e quasi ironicamente profetica.

Come anticipato poc’anzi anche il tessuto linguistico riprende talvolta l’autore de La vita agra, in cui s’afferma: « Proverò l’impasto linguistico, contaminando da par mio la alata di Ollesalvetti diobò, e ‘u dialettu d’Ucurdunnu, evocando in un sol periodo il Burchiello e Rabelais, il Molinari Enrico di New York e il lamento di Travale- guata guata male no mangiai ma mezo pane- Amarilli Etrusca e zio Lorenzo di Viareggio ».5 E non è forse quello che Marra tenta di fare quando ne La vita a Kansas city mischia un linguaggio al limite dell’aulico (« Tutt’attorno senza / lampioni i campi di calcio ») e il dialetto regionale (« si dice ceddìa / se uno ci prova. Si dice cugghiunìa se / uno non ci prova. »), quando nello stesso verso appaia Lillo Foti e Mozart? Marra s’accosta a Bianciardi anche nel tono del verso che procede per sindeti e asidenti, si nutre dell’ossimoro e del contrappunto in una veste chiaramente prosastica. Tuttavia il diretto ispiratore di questa poesia/prosa o prosa rimata è indubbiamente Ottiero Ottieri dei Poemetti, per la torrenzialità monologante, il flusso « regolarmente scandito dall’apparire di rime per così dire “propulsive”, quasi che la spinta narrativa dei versi liberi, nel loro accavallarsi concitato, di tanto in tanto sentisse il bisogno di un’assonanza, di un bisticcio verbale, di una paronomasia, per riprendere forza e ripartire »;6 a questo Marra aggiunge l’enjambement come rompimento (ricordiamo la sua tesi di laurea sulle Rime d’amore di Torquato Tasso) e un suo, seppur ereditato, personale andamento spezzato, rotto, scosso quanto la terra di Messina nel lontano 1908.

« Allo specchio delle tre lampadine dell’anticamera », dal riflesso del poeta si irradiano le Riproduzioni in scala. Un riflesso che nella prima sezione giunge perfino all’autoanalisi fisiologica (« e che disastro/se sorveglio il respiro o se batto/ le ciglia, mi scrocchio le dita »,IV), nella seconda specchia l’immagine fosca e corrotta degli uomini e riverbera la stortura mitologica della storia (Ogni giardino è un poliambulatorio, La vita a Kansas City, La vita negra), nell’ultima prepara il confronto drammatico tra io e mondo della Città sostituita. Allora qual è il ritratto che scaturisce da questo gioco di specchi?

Il poeta è condannato alla restrizione del ma (« ma chi si salva davvero se qui fra / l’abbraccio delle scrivanie come la pressa / che accalora le bestie sono bloccato” »VII, oppure « ma ho / l’influenza, troppo debole », I) nella modernità grigia delle scrivanie, dei tornelli della metro, della vita precaria da studente fuorisede. Il poeta non ha più vacche da mungere (« ma non ci sono vacche / più, soltanto riproduzioni in scala », IV, e ritorna il ma), gli rimane « la scatarrata di chi ha macchiato il caffè », il suo lavoro « sarà postumo », si lascia andare al futuro senza però rinunciare a rivoltare il presente con un verso che suona come un ultimo e sordo colpo, una verità materialista e universale: « siamo ciò che paghiamo, siamo / ciò che non possiamo pagare ». Dunque Marra riproduce e proietta disperatamente una nuova realtà in scala per salvarsi, la realtà negativa e, per l’appunto, ‘avversativa’ delle « gerarchie di qualche produzione », dell’incertezza lavorativa, del già citato non-finito calabrese, dell’assedio che « complotta alla spalle ». La negatività sta inoltre nell’amara constatazione che raccontare « non serve a niente », soprattutto quando la storia è pessima; quindi allo specchio, cioè all’atto dello scrivere, non resta altro compito che riprodurre, ripristinare e ripristinarsi, alla ricerca di un senso tra « il buio fuori e il buio dentro ».

Luca Mannella
Luca Mannella nasce a Monza il 12 luglio del 2000. Attualmente è studente di Lettere Moderne all'Università degli Studi di Milano. Dirige la sezione di poesia della rivista culturale Gestus e collabora come redattore per Birdmen Magazine.

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