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#PremioBg20 – Il falso specchio | Il dono di saper vivere | Tommaso Pincio

di Luca Mannella.

Tommaso Pincio si sa, non è il suo vero nome. È lo pseudonimo, ricalcato sul nome e cognome dello scrittore statunitense Thomas Pynchon, sotto cui si cela Marco Colapietro, scrittore e pittore romano vincitore nel 2015 del premio degli autori indipendenti SINBAD con il romanzo Panorama (NN Editore) e autore peraltro del discusso Un amore dell’altro mondo (Einaudi).

Se si scorre sulla pagina del suo sito personale (https://tommasopincio.net/) dopo alcuni ritratti raffiguranti numerosi autori, tra cui Poe, Landolfi, Pasolini e molti altri, alla fine il visitatore si può imbattere in un autoritratto a matita e carboncino con al di sotto una didascalia che recita: « Autoritratto con le spalle rivolte all’arte e alla fantascienza (incompiuto) ». Pincio si ritrae con un rosso acceso e infiammato ed alle spalle, in effetti, ha l’arte, cioè una tela bianca su cui si proietta l’ombra scura e tenebrosa del suo corpo. L’opera è incompiuta, sospesa in quel rosso torrido e afoso, quasi soffocante.

Anche il suo ultimo romanzo, Il dono di saper vivere (Einaudi, 2018), finalista al Premio Narrativa Bergamo 2020, è incompiuto – o meglio – lasciato a metà davanti alla Maledizione di dover raccontare, come avvisa il titolo della seconda parte del libro. In copertina, magnifica per giunta, è riportato il ritratto di Caravaggio (invadente anche nel manufatto materiale dell’opera) di Ottavio Leoni stampato sulla banconota da centomila lire, in cui lo sciagurato pittore guarda al lettore con lo stesso sguardo agitato e un po’ satirico con cui Pincio si autorappresenta nel 2012. Inoltre, ed ecco l’ultimo legame tra dipinto e libro, la zona d’ombra sulla tela: quella dove Caravaggio nel Bacchino malato nasconde la sua autentica veste di pittore e dove Pincio riversa il suo altro, il suo falso specchio.

La banconota da centomila lire con la stampa del ritratto di Ottavio Leoni.

Il falso specchio narrante, nell’ultimo romanzo, è un uomo in carcere per omicidio che ripercorre le sue memorie da gallerista, ma, come detto, il libro a metà s’interrompe; come nel Bacco di Caravaggio, ora agli Uffizi di Firenze, si squarcia il velo della finzione e subentra prepotentemente quello della realtà; insomma penetra nella narrazione un altro narratore, questa volta Tommaso Pincio in persona, che tenta di riallacciare i fili del progetto del racconto: il filo del denaro, della malinconia, del rumore, della morte e dello specchio.

Pincio, come Caravaggio, sembra guardare dentro ad uno specchio convesso, una camera oscura che proietta un alter-ego, il copione dentro cui l’uomo si cala con il suo dono di saper vivere. Questo specchio, o camera oscura, rimanda indietro un’altra immagine, una plasmata e mutata dalla concezione del mondo dell’io narrante che a sua volta si rivolge ad un uditorio indistinto -il narratario del libro- come un matto che parla da solo.

Un Io contraddittorio anima il procedere del racconto, il quale dopo essere stato tagliato, viene aggiustato, ricomposto, riannodato dall’autore, che procede senza voler procedere, racconta senza voler raccontare, fila e sfila una trama da principio riconosciuta inenarrabile. Al centro vi sono due identità da ricostruire: una di Caravaggio, l’altra dello stesso narratore, ed entrambe si ricongiungono nella comune incapacità di vivere, nello spazio buio di una tela e di un copione mai letto.

La contraddizione si inasprisce anche nella stessa dinamica di scrittura sempre alla ricerca di ispirazione: tra La nausea di Sartre e un mercato di libri usati, sempre allo stesso tempo limpida e sicura, nonostante si percepisca la distorsione della prospettiva e la follia di un carcerato nel discorso indiretto libero della prima parte.

Il Bacchino malato di Caravaggio, dipinto a olio su tela realizzato tra il 1593 e il 1594, oggi conservato presso la Galleria Borghese.

La realtà e la finzione si intersecano nella galleria d’arte, tra i collezionisti Tartari, dove il giovane Pincio e il suo falso specchio lavorano e dove si attiva il rapporto perverso con Caravaggio, un tempo abitante vicino alla via a y dove il tempo si dirama tra ciò che poteva essere e ciò che è, ossia l’ubicazione della maledetta galleria. « Un nodo irrisolto, una vergogna, un pianto di bambino, una sete di vendetta, una maledizione autoinflitta, qualcosa a cui non so dare una definizione precisa ma che mi appesantisce da anni e che avrei voluto spiegare, sublimare, superare scrivendone » sono la spinta propulsiva al narrare ed anche la sua negazione: quindi la redenzione è la condanna, la soluzione in verità un martirio, la scrittura, infine, una maledizione.

L’arte sta « alle spalle » come nell’autoritratto pinciano del 2012 e nel Bacchino malato. Tommaso Pincio tenta di rivelare come un pittore, un critico d’arte, un falso specchio, uno scrittore o un giovane malinconico tutti i frammenti della sua identità, anch’essa in bilico tra realtà e finzione: difatti chi parla? Un carcerato impazzito o un giovane che fantastica sulla sua futura carriera? Pincio o Colapietro?

Luca Mannella
Luca Mannella nasce a Monza il 12 luglio del 2000. Attualmente è studente di Lettere Moderne all'Università degli Studi di Milano. Dirige la sezione di poesia della rivista culturale Gestus e collabora come redattore per Birdmen Magazine.

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