Prosa

#PremioBg20 – (anti)Biografia di un Demone | Il Grande Peccatore | Ferruccio Parazzoli

di Niccolò Gualandris.

«Avevo parlato, improvvisando, di antimemorie, come le avrebbe scritte lo stesso FM, ma ero io, questa volta, io, Vrazumichin, lo scrittore, fino ad allora ignorato, nato dalle ceneri del più grande romanziere russo. […] nella mia mente avevo già assegnato il titolo: IL GRANDE PECCATORE, come quel romanzo che FM avrebbe voluto scrivere e mai aveva scritto».

L’espediente narrativo scelto da Ferruccio Parazzoli (Roma, 1935) per poter raccontare questa biografia apocrifa di Fedor Michajlovic Dostoevskij è quello del manoscritto ritrovato, tradotto e donato all’autore da un amico ormai scomparso. Ne Il Grande Peccatore (Bompiani, 2019) questo libricino dalla veste povera rivela subito il nome del proprio autore: Vrazumichin (il nome privato della V iniziale sarebbe un refuso dello stesso Dostoevskij, l’amico e consigliere di Raskol’nikov in Delitto e Castigo.

Ormai passato dal campo dell’immaginazione letteraria alla realtà il nostro autore-protagonista narra di come, dopo il funerale di Fedor Michajlovic (da qui in avanti chiamato FM) abbia incontrato il direttore di un giornale, offrendosi di pubblicare dietro compenso una biografia a puntate millantando un rapporto duraturo ed esclusivo con lo scrittore russo.

Questo ambiguo narratore si rivela poi come un vero e proprio doppio del ben più celebre FM: consigliere, faccendiere, segretario, forse amico; diventa successivamente un sempre più critico confessore, avviluppato nella spirale discendente della vita del suo tanto invidiato maestro.

Essenzialmente la figura che emerge è quella di un mitomane: un uomo che vorrebbe essere FM ma che per sua umana, troppo umana inettitudine non riesce ad abbandonare il dominio della mediocrità. Vrazumichin è uno scrittore fallito, un gregario che non riesce ad imporre la sua volontà neanche per consigliare al meglio FM, limitando a indulgere nei suoi capricci, a foraggiare con denaro e obbedienza i peccati del suo modello.

Le implicazioni erotiche di questo rapporto morboso sono a più riprese evidenziate sia dallo stesso FM che da altri personaggi, che vedono nell’attaccamento così irrazionale di Vrazumichin un segno inequivocabile di omosessualità. Questo risvolto, anche se volutamente abbozzato e mai confermato, risulta però efficace, aggiungendo livelli di lettura alla relazione tra i due personaggi, oltre a instillare un sottotesto di ambiguità per quanto riguarda ogni loro interazione.

F.M. Dostoevskij a 42 anni, ritratto a Parigi nel 1863

La Figura di Fedor Michajlovic viene presentata come una sostanziale antitesi alla prima biografia ufficiale, realmente edita, Dostoevskij, mio marito ad opera di Anna Grigor’evna Dostoevskaja (la seconda e ultima moglie dello scrittore). Se in quest’ultima troviamo il ritratto amorevole di un uomo alla fine dei suoi giorni, dal passato di debiti e gioco d’azzardo, che finalmente riesce a ritrovare la serenità; nell’opera di Vrazumichin-Parazzoli l’inquietudine è massima.

Mito e realtà, peccato e redenzione, ammirazione e disprezzo, invenzione e plagio sono le dicotomie fondamentali su cui si costruisce l’indagine umana e letteraria di questa anti-biografia.

 I vizi dello scrittore russo sono iperbolici, la sua oscurità profondissima e il suo bipolarismo estremo. Dostoevskij è sia il genio romantico che l’inetto annichilito e inadatto alla vita, originale fino al parossismo ma anche plagiatore, ammirato e rispettato dall’intelligencija  pietroburghese ma disprezzato e temuto da chi lo conosce davvero.

Ludopatico, impotente, violento, malsano, masochista. La penna di Vrazumichin prende nota di tutto questo e lo mescola in un filtro di odio e adorazione che ha numerosi precedenti letterari. Se è vero che la letteratura contemporanea ci ha abituato a generazioni di narratori inaffidabili (nella nostra letteratura Zeno Cosini dalla penna di Svevo) è altresì da notare che l’ambivalenza del racconto aiuta poco nel ricostruire davvero un quadro unitario della personalità di questo FM personaggio, meno che niente di quella del vero Dostoevskij. 

Ogni tratto psicologico funzionale all’interpretazione delle sue opere (come in un’analisi psicanalitica del testo) viene fatto risaltare fino a sfociare nella caricatura. Ogni caratteristica del talento introspettivo di Dostoevskij viene fatta risalire a deformazioni della psiche dello scrittore o eccessiva ispirazione a fatti di cronaca. In un caso la tesi è che FM avrebbe istigato lo stesso Raskol’nikov a commettere l’omicidio per poi scriverne nella sua opera capitale: il cliché dell’artista che non distingue tra dominio dell’arte e dominio della vita

Lo specchio di FM registra (come il ritratto in Dorian Gray) i peccati dell’uomo, esso non si limita a mostrarli, ma li colora, li deforma e li riutilizza per portare avanti il suo obbiettivo.

Vrazumichin, cercando di distruggere e desacralizzare l’icona, non fa altro che accrescerne la leggenda. Vorrebbe tracciare una cronaca in cui i confini dei due uomini si fanno sottili fino a diventare indistinguibili. Allora chi è l’alter-ego di chi? chi è il vero genio, il vero scrittore?

Fallisce, fallisce ancora e il suo fallimento è testimoniato dal fatto che, alla fine, la vita di FM migliora e la sua fama si accresce. Proprio quando si cominciano a intravedere i caratteri di quello che diventerà nella memoria collettiva uno degli scrittori più iconici del diciannovesimo secolo, la parabola di Vrazumichin è destinata a terminare nell’ombra, nel limbo tra persona e personaggio fino al possibile riscatto della biografia. Ancora un fallimento.

L’inettitudine di questo narratore è totale: cercando costantemente il difetto e l’abiezione nel suo maestro non fa che evidenziare le proprie mancanze, la propria mitomania, la propria incapacità di affrancarsi da quella presenza che annulla la sua personalità.

Dal punto di vista formale è rispettata pedissequamente la struttura episodica del romanzo a puntate e la sintassi si mantiene ottocentesca nelle sue costruzioni, dando la credibile impressione di stare leggendo un vero testo d’epoca.

Purtroppo la narrazione pullula di ridondanti citazioni quasi letterali alle opere di Dostoevskij, e averle lette non giova all’apprezzamento di questo romanzo, che mostra le sue mancanze maggiori soprattutto in alcuni episodi infelici (narrativamente parlando).

Come non citare l’episodio bizzarro di un decisivo incontro tra il nostro FM e un giovane filosofo all’uscita del casinò di Vienna. Qui, dopo aver perso al gioco, il Peccatore viene avvicinato da un ventiseienne dagli occhi spiritati e ridicoli baffetti che si rivolge a lui, quasi stesse, leggendo da un manuale di filosofia sentenziando come la dimensione del delitto appartenga al dominio del tragico, ucciso dalla morale, dalla dialettica o ancora parla di relativismo, di mutabilità dei concetti di bene e male, di volontà di potenza. Il suo nome? Friedrich Nietzsche rivela l’ex-studente di Filologia, in un momento che risulta involontariamente comico (anche per le nozioni esposte, che fanno riferimento a teorie elaborate dal filosofo in momenti molto più tardi della sua produzione).

Il romanzo di Parazzoli risulta convincente nel rappresentare vividamente alcune vignette di una relazione tossica tra due personaggi ugualmente problematici in cui nessuno si augurerebbe di immedesimarsi. Risulta evidente la padronanza della forma e lo studio estensivo delle opere e della vita di Dostoevskij, che l’autore sfrutta nell’anti-biografia del narratore interno. Il debito di Parazzoli verso un grande della letteratura viene salvato cercando di immolare ritualmente il Maestro, in una sorta di uccisione del padre da cui però il genio dello scrittore russo riemerge intonso, ribadendo la sua immortalità.

Niccolò Gualandris
Niccolò Gualandris nasce a Bergamo nel 1999. Attualmente è studente di Lettere Moderne all'Università degli Studi di Milano. Collabora come redattore alla rivista culturale Gestus

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