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#Versi – Una poesia post-apocalittica | Frankie Fancello

Frankie Fancello, classe 1989, proviene dal mondo eterogeneo della performance, del testo letto e recitato di fronte ad un pubblico. Forse per questo le sue poesie sono indirizzate ad un “tu” che si impone prepotentemente davanti agli occhi del lettore (« Decidi. »), mai nascosto o velato ma sempre esplicitato quasi ossessivamente. Al “tu” si affianca il “noi”, l’io lirico e l’uditorio, a cui vengono affidate le massime, i versi-frase (« Siamo certezza dentro la verità quantistica / siamo tegole di un mondo che crolla, nel mondo dei giganti »). La dimensione della performance tenta di essere liricizzata, talvolta, con qualche endecasillabo (« illuminata da un chiarore fuori / inesplicabile »), il cui contraltare sono le parti più narrative, quasi recitabili. Buona lettura.

I.

Le parole sono compromessi.

Sono sorgenti di significati e immagini.

Tu sei maestra in vocaboli e guerriglia

e deridi ogni contromossa.

Ne hai specchiato la terra, la sabbia, la fanghiglia.

Dentro ogni polvere un carnaio di cose zozze e lingue tagliate.

Discorsi privati. Ammutinamenti. Riprese del potere.

Le parole sono volatili grossi e spogli di piume.

Noi siamo cose mute in un giorno di vendita,

al mercato di oggetti inutili e ricordi vaghi.

Siamo certezza dentro la verità quantistica.

Siamo tegole di un tetto che crolla, nel mondo dei giganti.

II.

Osservi la morte dipanarsi

nelle fibre di ogni tessuto

di ogni utensile.

Decidi. Luce perpetua

in nuova eccitazione. Decidi.

Illuminata da un chiarore fuori

inesplicabile.

Magari è la stella che gli antichi

usavano per orientarsi.

Magari è il modo

in cui ci disfiamo del futuro.

III.

Trafugo corpi dal perno del sogno

e per questo le mie mani, oggi,

odorano di acetilene (una fiamma

si accende, buffa si alza fino al soffitto,

unico lampo di chiarezza

nella stanza abbuiata dal tuo busto atletico

che mi istiga alla profanazione).

Ora, per non perdere più il sapore

di questo fiore rosso che ci copre tutto

t’immagino mentre crolla la pelle

il ministero, le sovrastrutture, i cementifici,

un giardino colore tramonto arreso

e questo vuoto incolmabile che fa rima

col tuo corpo.

IV.

Quando mi infilo in questo coacervo di palazzi

scossi i neon riflettono il colore del cemento armato

muschi e licheni vestono le ultimi automobili

l’essere umano è da tempo diventato un ricordo.

V.

Adesso abbiamo questo cibo in tavola.

Mastichiamo nella distanza abitata dai fantasmi

fantasticando un mondo nuovo dalla finestra

in salotto. Invochiamo gli dèi sperando

tutto si trasformi nel modo che desideriamo.

Ripetiamo questo rituale una volta l’anno,

appena i più vecchi vanno a dormire.

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