Poesia

Non profetizzo il futuro | La libellula | Amelia Rosselli

di Lorenzo Granillo.

Ripercorrere il poemetto La libellula di Amelia Rosselli significa perdersi nella parola, perché Amelia fa seguire a versi limpidi oscure parole, frasi che afferiscono a logiche diverse da quelle del discorso linguistico, quasi ci invitasse a seguirla per una strada piana per poi lasciarci perdere in un labirinto1 : c’è in lei una tendenza all’oscurità senza cadere nell’epigonismo rimbaudiano, nel profetismo.

Amelia non preconizza il futuro, bensì analizza con acribia ciò che concerne il presente, circoscrivendo la propria poesia a ciò che esiste, senza scindere il piano spirituale da quello fisico, carnale, senza tendere a un Oltre, bensì aderendo allo stesso: c’è una tendenza a quello che lei stessa definisce post-realismo, a una parola che sia joyciana perché capace di ribaltare la logica linguistica senza allontanarsi dalla logica del reale. 

Siamo lontani dal tentativo di trafiggere la realtà, di andare oltre e, soprattutto, di elevarsi a Oltre, perché solo il santo padre sa dove tutto ciò va a finire2: l’uomo non può conoscere ciò che non è conoscibile, quello che non appare, che non si rivela, che non si disvela; c’è un limite quasi dantesco che nemmeno il poeta, il quale continua ad appartenere alla categoria dell’umano senza poterla trascendere, può valicare, perché, se riuscisse a farlo, verrebbe a crollare la logica del conoscibile, dell’empirico, del reale stesso, e cadremmo nell’hybris, nella tracotanza, nel tentativo di non-essere per esistere, quando, per definizione, l’essere è e non può non essere, in quanto non possiamo forzare il reale.

Amelia comprende che non possiamo trascendere la nostra natura, ma che possiamo solo accettarla, prenderne coscienza: […] le redini / si staccano se non mi attengo al potere della / razionalità lo so tu lo sai lo sanno alcuni ma / ugualmente la cara tenda degli scontenti a volte / perfora anche i miei sogni. 3

Possiamo solo comprendere la totalità del reale hegelianamente intesa come somma di componenti logiche, una logica che, proprio in virtù della compenetrazione con un reale frammentato, tende a far incespicare la lingua come nella Satura di Montale, e l’idioma si frantuma in continui enjambement proprio perché il mondo è uscito dai cardini come nell’Amleto shakespeariano: i sintagmi vengono separati (della / razionalità; ma / ugualmente) per enfatizzare l’origine barocca del testo e così la forma diventa preminente sul contenuto, a tal punto che si alternano periodi lunghi a periodi brevi (e tu lo sai; debbo mangiare; tu devi correre) come se dovessimo continuamente cercare un movimento dinamico nell’immobilità, una sorta di peristalsi che ci accompagna fino alla fine dello scritto. La lingua della Rosselli accosta i ritmi accelerati dell’emotività con rallentamenti e addensamenti che si producono in modo obbligato tramite la pressione tra forma geometrica e flusso torrentizio della scrittura4: in uno spazio grafico che è affine a un muro cementizio, per la cui visione rimandiamo alla lettura del testo integrale, v’è uno scorrere eracliteo di un fiume di parole, un flusso di coscienza arginato dalla razionalità, dall’epistéme.

In questo muro di parole si verifica una frattura ogni volta che Amelia ci conduce a un simbolo che sembra sorpassare il reale e che, tuttavia, viene subito edulcorato dal recupero di periodi che sanno di terra, di sporcizia, spesso composti da poche parole ([…] Ma tu vedi allora che ho perso / anche io le leggiadre risplendenti capacità di chi sa fregarsene. / Debbo mangiare) 5 , oppure dall’accostamento stesso di termini afferenti all’onirico e termini petrosi: e nemmeno io so dove è che debbo prendere il tram per arricchire i tuoi sogni, e le mie stelle 6 , dove il significante tram ha in sé una modernità meccanicizzata e tecnicizzata, mentre i sogni e le stelle rimandano a un’avulsione dal cronotopo, a un qualcosa di diafano che lascia intravedere una dimensione che ad Amelia non interessa infrangere, ma solo sfiorare. Del resto: cos’è quel lume della verità se tu ironizzi? 7 Amelia non si domanda cosa sia la verità: ne dà per scontata l’esistenza, non va all’origine, non scava. Accetta, però, che ne esista una nell’epoca delle opinioni, delle prospettive, e tuttavia scrivere che Amelia parli del vero sarebbe erroneo.

Ripetiamo che ad Amelia interessa la logica del reale, non del vero, il che vuol dire che non esiste lingua che possa esprimere ciò che ha dentro, proprio perché non riesce a definirlo: trasumanar significar per verba non si poria8, ma anche lingua mortal non dice quel che io sentiva in seno9, concetti che nella poesia dell’autrice si concretizzano in un continuo recuperare costruzioni verbali in forma negativa (io non so cosa voglio tu non sai / chi sei) 10 o litoti (io sarò la tua regina non / tanto vorace che non possa scappare quando se / la sente in un giro di chiave). 11

C’è un negare perché non può affermare: nel momento in cui viene a mancare la possibilità di mettere in poesia l’esperienza, che non si può sublimare, e  in cui tuttavia persiste una volontà di rivelazione, Amelia si aggrappa alle parole e le rovescia, diventando un giocoliere, perché bisogna fare teatro, in quanto la serietà e l’allegria al tempo stesso del gioco dell’arte, e la imprescindibile necessità per l’artista di travestirsi e camuffare il vissuto (magari con psicanalisi preventiva)12 diventano preminenti su tutto il resto. Amelia, insomma, non finge, bensì interpreta un ruolo, allontanandosi dal confessionalismo imperante in quegli anni in America, dal trasporre su carta ciò che ha dentro.

Del resto Amelia scrive: Passo l’immagine che ricavo dal sistema surrealista al vaglio del conscio. Rifiuto l’automatismo, ma ne faccio uso. La naturale sovrabbondanza di immagini ho dovuto tagliarla per esclusioni.13 Chiariamo: come abbiamo già mostrato, la poesia di Amelia non ripudia l’onirico, l’immaginifico, ma lo adotta per una questione estetica, senza condividerne le intenzioni, cioè accetta l’utilizzo del metafisico per creare un contrasto, non perché voglia aprirsi a una dimensione esoterica.

Ancora: in un’intervista a Elio Pecora, che ci è stata riportata da Pecora stesso, dice di non credere al poeta come veggente, come colui che salva e addita. Crede alla poesia come testimonianza, resa con mezzi esatti e sottili. Dice che la poesia è scienza e istinto insieme, ossia precisione scientifica e accettazione immediata delle percezioni.14 E, quando le viene fatto notare che la raccolta Documento può essere tacciata di sibillinità, accusa che potrebbe essere rivolta anche a La Libellula, Amelia risponde così: la rifiuto come programma (la sibillinità!), ma la accetto come situazione non voluta, come fuori programma.15 Parafrasiamo: in Amelia c’è un pensiero programmatico che, però, può essere scalfito dal processo creativo, in quanto il pensiero critico è sempre in un rapporto conflittuale con quest’ultimo.

E a chi continua ad accusarla di oscurità risponde così: la mia poesia è l’esatto contrario di ciò. […] Ho costruito la mia poesia anche con l’ispirazione, non con le “facoltà magiche”. […] I lettori sono pigri, hanno paura di sentir parlare di numeri, sillabe, tradizioni, studi, valori mitologici. […] Non profetizzo il futuro: analizzo il presente.16 Decodifichiamo il già chiaro linguaggio rosselliano: non basta che vi siano dei simboli per poter parlare di poesia mistica (dove mistico deriva dal greco mystikòs e indica l’iniziazione a un culto, l’apertura a una dimensione esoterica), in quanto i simboli vanno interpretati e decodificati. Insomma: lo scrittore deve dare gli strumenti al lettore perché egli possa comprendere il suo linguaggio, ma sta poi al lettore utilizzarli in maniera corretta e, ancor prima, scegliere di utilizzarli per evitare di cadere nella sovrinterpretazione del testo.

Così Amelia scrive in La Libellula: […] Io sono una che / sperimenta con la vita e non può lasciare nessun / rivale toccargli il cuore, le membra insaziabili. 17 Amelia si definisce poeta della ricerca, asserendo che, quando non c’è qualcosa di assolutamente nuovo da dire, il poeta della ricerca non scrive18: in questo interpretare, Amelia continua a mettersi in gioco e, nel momento stesso in cui viene a mancare l’esigenza del nuovo, viene a crollare anche la scrittura, o, meglio, la pubblicazione editoriale, perché Amelia è cosciente di quando un testo abbia valore o meno.

Amelia, per tirare le conclusioni, è sin dalle origini una persona estremamente razionale, perché la poesia non è necessariamente ascientifica, emozionale, profetica, ma può essere anche una poesia che si confronta e si scontra con la dimensione del male (che è ovviamente un male concreto, non metafisico né cosmico; un male vissuto e reinterpretato, non idealizzato): […] non so se tu visiterai le / tombe dei cristiani appesi nella mia gola arsa / dal male. Non so la lunga linea dell’avvenire, / non v’è nessuna luce e la preghiera, non so se / la preghiera muore. 19

E non lasciamoci ingannare dai versi finali, in cui viene esplicitata la figura di Dio: […] Sapere e tacere e parlare e vibrare / e scordare e ritrovare l’ombra di Jesù che seppe / torcersi fuori della miseria, in tempo giusto / per la carne di Dio, per lo spirito di Dio, per / la eccellenza delle sue battute, le sue risposte / accanitamente perfette, il suo spirito randagio.20 Parliamo di un Dio sempre temuto, ricercato fino all’eccesso ma mai sfidato, mai oltrepassato, mai ucciso, ed è l’unico che, come abbiamo scritto all’inizio, sa dove tutto ciò va a finire, l’unico che possiede la verità, i canoni di interpretazione del reale. Del resto, più in là scriverà ciò: Non vedo più i santi. 21

Chiudiamo davvero: alla luce di tutto questo Amelia Rosselli non è una poetessa sibillina, oscura, bensì una poetessa densa e complessa. Il che è diverso.

Lorenzo Granillo
Lorenzo Granillo, classe 2001, ha da poco terminato il liceo linguistico Mosè Bianchi e studia Lettere. Qualche pubblicazione (Elzeviro, Inverso, Frequenze poetiche, Le stanze di carta, Dissipa tu, Il visionario, Altrove) sulle spalle e tanti, troppi libri da leggere ancora. Gestisce la rivista di cultura militante Gestus. Chissà.

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