Prosa

La letteratura si fa | Meglio star zitti? | Giovanni Raboni

di Luca Mannella.

È uscito nel settembre dello scorso anno edito da Mondadori, a cura di Luca Daino, Meglio star zitti? di Giovanni Raboni, una raccolta di articoli militanti (giusto sottolinearlo) su letteratura, cinema, teatro e, verrebbe da dire, non solo, scritti dal poeta milanese tra il 1964 e il 2004 su numerose riviste culturali e letterarie come L’approdo Letterario, Paragone, Palatina, Tuttolibri (solo per citarne alcune), politico-culturali come Quaderni Piacentini e Rinascita, fino alle grosse testate come Il Corriere della Sera. La raccolta ha il compito di svelare la faccia meno conosciuta di Raboni, quella del critico mordace, tagliente, serafico, dell’opinionista culturale lucido e acuto, dell’uomo-poeta in direzione ostinata e contraria alle logiche del mercato, alle influenze mediatiche, allo stesso gruppo di colleghi giornalisti.

Per aprire la sezione dedicata alla prosa e alla poesia della rivista mi sembra doveroso partire con una riflessione sul ruolo della critica nel mercato delle lettere odierno e la raccolta di articoli del poeta milanese scomparso nel 2004 può essere un solido cardine a cui appoggiarsi.

Lo snodo decisivo per la riflessione di Giovanni Raboni sulla funzione della critica nel nuovo scenario capitalistico del dopoguerra viene datato intorno ai primi anni Ottanta quando ormai il boom economico aveva recato i suoi ingenti danni al mondo culturale italiano e al suo mercato. Tuttavia risale al 22 febbraio del 1969 il primo attacco raboniano, pubblicato su Avvenire, contro la critica asservita all’industria editoriale. Raboni dimostra fin dalle prime righe il suo procedimento analitico, ossia lo spostamento del baricentro della polemica, la volontà costante di scoprire ed esprimere l’altro, il non detto (“l’oggetto della polemica, in realtà, dovrebbe essere un altro”); qui il non detto, dalla cosiddetta critica militante, è rappresentato dalla noncuranza nei confronti dei valori fondamentali che reggono il gusto e il giudizio letterario, sbaragliati dalle esigenze e dai dettami dell’industria e dal potere del denaro. I critici, invischiati nel marasma del consumo, non distinguono più le monete vere dalle false, nonostante il loro compito sia quello di discernere, di instaurare un dialogo tra testo e lettore, di porsi come mediatori competenti nella dialettica tra prodotto e fruitore. Ma “la questione è un’altra”, perché “le sovrastrutture, come sempre, rimandano alle strutture”, il potere economico e industriale determina l’offerta, manipola l’informazione culturale e miete vittime, tra cui la classe media. Raboni riprende l’idea marxista del rapporto tra l’ideologia propugnata dalla classe dirigente e la domanda del lettore plasmata sul modello feticcio di una letteratura senza spessore per esclamare ironicamente e amaramente “Aiuto, si sono rotti gli argini” nell’articolo di quasi vent’anni dopo apparso sul Messaggero con il titolo I bei tempi dei brutti libri. Gli argini sono simbolicamente i confini che una volta distinguevano nella coscienza collettiva l’alta e la bassa letteratura e che con l’avvento dell’avventurosa e cieca imprenditoria editoriale sono stati distrutti “grazie alla strategia di unificazione del mercato” per cui “da una parte, lo scrittore “d’arte” adotta, consapevolmente o meno, tecniche di semplificazione, serialità e allettamento proprie, un tempo, della letteratura “bassa”; dall’altra, i rappresentanti di quest’ultima tendono ad abbellire, a impreziosire, a “truccare” i propri prodotti per conquistare (con la complicità attiva o passiva dei critici) anche la fetta di mercato costituita dai lettori più sofisticati ed esigenti, dai lettori d’élite”. La vittima è il lettore borghese, che allo stesso tempo subisce e sollecita la falsificazione, la produzione di surrogati ben confezionati. Tutto in favore dell’industria dell’immagine e basata sul successo perché “l’imprenditore più ricco deve essere il più avveduto e salvifico, così come lo scrittore che vende di più deve essere il più bravo e la modella più pagata deve essere la più bella”. Allora qual è la soluzione per Raboni? Il 10 luglio del 1999 esce sul Corriere della sera un articolo dove vengono avanzate tre proposte per salvare l’autenticità della critica, o perlomeno per restituirle la dose di autorevolezza che meriterebbe: in primo luogo legittimare la piena autonomia e dignità della critica che lavora nei grandi giornali e riviste, in secondo luogo eliminare i “conflitti d’interesse” tra critici e scrittori che spesso ricoprono entrambi i ruoli e infine porre un freno all'”eccesso di settorialità” che non consente di stabilire nomi di riferimento in grado di “confrontare continuamente l’effimero con il durevole”. Tuttavia lo scoglio da superare è sempre chi detiene il potere, a cui fa comodo la stagnazione, l’assenza di dibattito, la soppressione di ogni forma “destabilizzante”. Vale per la prosa, ma vale anche e più dolorosamente per la poesia, che nell’attuale sistema commerciale “è una merce che non si vuol offrire”. Apparte i casi letterari del dopoguerra come Montale, Ungaretti, Quasimodo, le traduzioni di Garcìa Lorca e T.S. Eliot, la poesia è sempre stata vista come “un’operazione in perdita”, ragione per la quale è stata accantonata, bistrattata e demolita dagli editori moderni. Dopo cinquant’anni da questa arringa si può e si deve aggiungere qualcosa: non bastano le accomodanti e pacifiche pubblicazioni di autori sepolti e obliati dalla coscienza media, utili soprattutto, ma non sempre, ai lettori “sofisticati”, ma è necessaria una virata verso il presente e verso la contemporaneità per far emergere giovani potenziali poeti. Il problema viene evidenziato ancora una volta da Raboni, in quanto “la poesia è, da sempre, uno strumento di conoscenza “oppositiva”, di messa in discussione della realtà costituita, insomma (se mi si vuol perdonare l’uso di una parola così logorata dall’uso) di “dissenso””, per questo motivo non rientra nella logica consumistica del prendere e del buttare, logica su cui campa gran parte dell’editoria contemporanea. La colpa non è solo degli editori, ma anche dei critici, sebbene Raboni non lo dica esplicitamente nell’articolo. Dunque i critici devono assumersi la responsabilità di scoprire nuovi talenti, di valorizzarli non attraverso vuote pubblicazioni senza commento, bensì attraverso un metodo di selezione, analisi e discernimento dell’autentico dall’inautentico, del vero dal falso. In particolare le riviste minori, le quali proprio in vista della loro posizione subordinata, hanno il dovere di allevare nuovi poeti, di nutrire nuovi versi grazie al lavoro di restituzione e mediazione che a loro compete; devono, in una parola, militare.

Nel metodo di riflessione -e non recensione- di Raboni risiede l’infrazione, la fuoriuscita dal canone, la rivisitazione di ogni giudizio e preconcetto alla luce di un approccio al testo e all’autore visti “in carne ed ossa”. L’attitudine di Raboni è quella di “far apparire l’oggetto”, di conversare empaticamente con l’oggetto-testo, cioè di un oggetto umano “dove si conserva traccia dell’unicità vitale che vi ha fissato il proprio accento”, come scrive nell’introduzione Luca Daino. La letteratura si fa, quindi si osserva e si descrive. Questo il nostro compito: dialogare con i testi fino a servirli, mantenendo quel distacco necessario per non edificare gerarchie e classifiche e per conferire dinamicità al meccanismo della conoscenza e della costruzione del significato, cioè all’agire dell’uomo nella storia. “Un ultimo, forse superfluo corollario: la poesia (e aggiungo la letteratura in generale), in sé, non esiste, esiste soltanto, di volta in volta, e ogni volta inaudita, ogni volta imprevedibile e irrecusabile, ogni volta identica solo a se stessa, nelle parole dei poeti”. Sotto quest’egida vorrei inaugurare la sezione di prosa e poesia della rivista.

Luca Mannella
Luca Mannella nasce a Monza il 12 luglio del 2000. Attualmente è studente di Lettere Moderne all'Università degli Studi di Milano. Dirige la sezione di poesia della rivista culturale Gestus e collabora come redattore per Birdmen Magazine.

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