Interviste

L’imprevedibilità del flâneur | Intervista a Filippo Tuena

di Niccolò Gualandris.

Dopo aver parlato de Le Galanti, intrigante wunderkammer di storie e ricordi, abbiamo voluto contattare Filippo Tuena, per dialogare con lui sul suo romanzo e il suo approccio alla scrittura.

Filippo Tuena è nato a Roma nel 1953. Figlio di un antiquario, ha lavorato a lungo nella bottega di famiglia. Si è laureato in Storia dell’arte presso l’Università La Sapienza. Nel 1996 ha terminato la propria esperienza come antiquario e in seguito si è trasferito a Milano. Ha esordito nel 1987 con il saggio Il Tesoro dei Medici, Giunti.
Del 1991 è il suo primo romanzo: Lo Sguardo della Paura, Leonardo (Premio Bagutta-Opera Prima). Tra le sue 19 opere ricordiamo anche: 
Il Volo dell’occasione, Longanesi, 1994 (partecipa al Premio Strega)
Tutti i sognatori, Fazi, 1999 (Premio Grinzane Cavour)
La passione dell’error mio (antologia commentata del carteggio di Michelangelo)
Le variazioni Reinach, Rizzoli, 2005 ( sulla vita del compositore Reinach, Premio Bagutta)
Ultimo parallelo, Rizzoli, 2007 ( sulla spedizione antartica di R.F. Scott, Premio Viareggio)
Memoriali sul caso Schumann, Il Saggiatore, 2015 (sul compositore Robert Schumann)
Com’è trascorsa la notte, Il Saggiatore, 2017 (una rivisitazione di Una notte di mezza estate di Shakespeare).

Le Galanti (Il Saggiatore, 2019) è finalista al Premio Narrativa Bergamo 2020.

Il suo ultimo romanzo, Le Galanti è quasi un’autobiografia. In effetti, oltre ad avvenimenti biografici, al suo interno confluiscono soggetti (Michelangelo, Shakespeare, la spedizione di Robert Falcon Scott, la Roma occupata) che già aveva trattato e testi già editi, dando a quest’opera un sentore di antologia tematica, quasi testamentaria, della sua produzione. Come è nato Le Galanti?

Le Galanti è nato in maniera accumulativa. Direi, una storia dopo l’altra. Nessun progetto se non una serie di nomi di artisti o di opere che mi avevano appassionato nel corso degli anni. Del nucleo iniziale qualcuno è stato espunto, per esempio il grande coperchio di sarcofago degli sposi di Boston, o il Beethoven di Lionello Balestrieri. Le esclusioni non hanno una ragione specifica. Mi piacciono ancora quelle opere e molto, ma non ho trovato lo stimolo per scriverne. Altre m’interessavano più per la vicenda che nascondevano – come i triplo ritratto dei Carini. Poi, sì, c’è stato il desiderio di raccogliere in un solo libro quanto ho scritto in un quarto di secolo di libri e dunque: la Roma occupata, Michelangelo, Géricault, Scott, Shakespeare. Volevo avere tutto raccolto in un solo libro e devo ringraziare l’editore per non avermi mai opposto ragioni commerciali, anzi m’ha invitato più volte a non trattenermi. Tutti i testi già editi sono stati modificati, ampliati, presentati sotto un’altra veste. Già il fatto di riunirli qui in qualche modo ne modificava la natura.

Molti dei suoi romanzi sono inquadrabili nel genere della non-fiction, una corrente della narrativa particolarmente fortunata in questi anni. Ne Le Galanti emerge spesso un gusto archivistico, antiquario e museale che viene esplorato anche attraverso un approccio visuale alla scrittura, come a ricostruire immagini e visite. Quanto e come il Tuena lettore confluisce nel Tuena scrittore di narrativa? E come invece si rispecchia nella scrittura la sua indole da visitatore di musei o gallerie?

Ho iniziato scrivendo romanzi tradizionali, anche se legati sempre a esperienze personali e in questi romanzi il protagonista si chiamava sempre come me, nome e cognome. Poi, dopo Tutti i sognatori l’esigenza di raccontare il vero s’è fatta molto più forte e ho cominciato ad affrontare temi biografici in maniera sempre narrativa ma più stringente. Mi ci ritrovo, mi piace molto raccontare storie accadute veramente. Ricercare legami con la mia e trovarli quasi sempre. Le Galanti mi hanno dimostrato questo: dietro ogni passione, dietro ogni innamoramento c’è una ragione autobiografica, una coincidenza che fa sì che scoppi l’innamoramento. Nulla accade per caso. Così mi trovo in costante altalena. Racconto di altri ma entro sempre nella narrazione.perché, alla fine, un libro racconta il suo farsi. Il suo essere scritto ed è naturale che autore e storia narrata s’intreccino. Nella mia scrittura credo che emerga abbastanza bene il senso d’imprevedibilità insito nella figura del flâneur, del passeggiatore solitario, del curioso. Non so mai, prima di scrivere, dove mi condurrà il libro. Posso farmi degli schemi ma so che non li rispetterò perché amo l’inaspettato, il colpo di fulmine che, come la freccia di Eros, mette ogni cosa in discussione. La passione non semplifica, complica.

Nella sua bibliografia, saggistica e romanzesca, è centrale l’amore per le arti figurative: in particolare per Michelangelo Buonarroti, di cui ha curato un’antologia delle sue lettere. Cosa c’è da riscoprire nella prosa di questo grande artista?

C’è una frase di Vittoria Colonna (Nobile e poetessa romana, fu amica di Michelangelo N.d.R.) che è chiarificatrice. Cito a memoria: «Chi vi conoscesse di persona stimerebbe molto più il vostro essere che le vostre opere». Ecco, il carteggio serve a conoscere l’uomo, il carattere, la personalità, gli slanci di affetto e di rabbia, la solitudine e la ricerca di compagnie, l’etica e la profonda disillusione dei comportamenti umani. A tutto questo si aggiunge una profonda e severa consuetudine col linguaggio essenziale della sua prosa; la sua comunicativa, la sua efficacia. Credo d’aver imparato molto frequentando il carteggio di Michelangelo. Nella scrittura bado sempre al sodo. cerco d’essere essenziale. è un atteggiamento da scultore. di chi modella togliendo e non aggiungendo. per me, è stato il miglior fabbro. non solo nella scrittura ma anche nei comportamenti, nei rapporti personali.

Un’ultima domanda più legata all’attualità. In questo periodo molti musei e luoghi d’arte e cultura sono (e saranno) in difficoltà economica a causa della crisi in atto: consiglierebbe ai suoi lettori qualche  luogo del cuore da visitare una volta possibile?

I miei lettori sanno qual è il mio luogo dell’anima – il ricetto della Biblioteca Laurenziana. Tra l’altro è uno dei posti di Firenze che era meno frequentati da turisti ed era facile trovarsi soli al cospetto di quella scala. Ora credo sarebbe ancora più consigliabile. Ammetto che non amo molto i musei, soprattutto quelli molto frequentati. Un paio d’anni fa m’è capitato di trovarmi a Firenze e, per caso, all’ora di pranzo ho trovato gli Uffizi senza coda. Sono entrato subito e le gallerie erano deserte, così come gran parte delle sale. Ecco. in quelle condizioni è molto bello e utile visitare un museo. La folla rende l’esperienza deprimente. Penso alle file interminabili che vedo ogni volta che passo davanti alla Bocca della Verità a Roma. Che senso ha? L’ultima esperienza bella che ho avuto di un museo è stata una visita pomeridiana all’Ambrosiana di Milano. La sala del Cartone di Raffaello. Molto bene esposto e splendido. Alterni la visione d’assieme a quella ravvicinata sui particolari. Quando posso – in Lombardia e a Roma – acquisto quelle tessere annuali che consentono l’ingresso libero ai musei. Mi piace entrare per osservare un quadro, una scultura. Rimango venti minuti, mezz’ora. Ragiono sull’opera che volevo vedere e me ne vado. L’Hangar Bicocca fa belle mostre temporanee, così la Fondazione Prada e villa Panza di Biumo a Varese. Cito queste perché stando a Milano o nelle vicinanze sono quelle che frequento di più.


Niccolò Gualandris
Niccolò Gualandris nasce a Bergamo nel 1999. Attualmente è studente di Lettere Moderne all'Università degli Studi di Milano. Collabora come redattore alla rivista culturale Gestus

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