Prosa

Il difficile è sapere essere liberi | L’immoralista | Gide

di Lorenzo Granillo.

Conoscerci: ecco cosa tentiamo di fare per tutta la vita. Tentiamo di mediare tra l’esigenza della ricerca e l’incapacità di pervenire a un punto statico, a un telos, a un fine: è un eterno « panta rhei », un fiume che tutto travolge e tutto devasta, storpiando le forme e i preconcetti che avevamo su di noi. Ed è quando scopriamo di non essere ciò che pensavamo di essere che v’è la frattura: Gide, questo, lo sa bene.

Figlio di un professore universitario e di una madre autoritaria che si sostituisce al padre come figura egemonica, come guida, come archetipo, Gide trascorre l’infanzia tra i libri di carattere religioso e le naturali scoperte della sessualità, del rapporto col proprio corpo e dell’incapacità di adattarsi, di conformarsi alla realtà che lo circonda, a tal punto che è costretto a cambiare scuola più volte, fino al fatidico giorno in cui viene scoperto mentre si masturba sotto un banco. Dettaglio fine a se stesso? No. Dopo quest’episodio, incede la scissione: la madre lo porta da un prete, che tenta di terrorizzarlo con minacce di castrazione.

Questo è il momento in cui apollineo e dionisiaco si confrontano e si scontrano: la tendenza al moralismo, al pudore tipico del protestantesimo di cui è imbevuto per opera materna e l’incapacità di reprimere ciò che è pulsionale e che pertiene alla sfera sessuale portano Gide a un conflitto interiore. Del resto, già Sartre nota come « l’arte di Gide vuole creare un compromesso tra il rischio e la norma; in lui si equilibrano la legge protestante e l’anticonformismo dell’omosessuale […]. Gide ci ha insegnato o ricordato che tutto si può dire […] ma secondo ben precise norme del dire bene » 1: Gide ci permette di comprendere che in Letteratura non esiste tabù, che « i libri sono ben scritti o mal scritti »2 e che non è importante di cosa si parla, bensì come se ne parla.

È in questo solco che si inserisce il percorso dell’autore: come il poeta, novello Narciso, cerca di afferrare la propria immagine, costretto a contemplarla, così « ogni cosa cerca la sua forma perduta »3 a tal punto che egli diventa strumento di rivelazione perché è capace di squarciare il velo di Maya e di comprendere le verità che si celano dietro le forme e i simboli che riproduce in scrittura.

Insomma: « ogni fenomeno è il Simbolo di una verità. Il suo unico compito è rivelarla. Il suo unico peccato: preferirsi. Noi viviamo per rivelare. Le regole della morale e dell’estetica sono le stesse: l’opera che non rivela è inutile e quindi c attiva. […] E non pretendo che questa teoria sia nuova. […] L’artista e l’uomo veramente uomo, la cuita vita abbia uno scopo, deve innanzi tutto avere sacrificato se stesso. E ora, cosa rivelare? Questo lo si apprende nel silenzio »4. Andando oltre il gioco retorico finale, in cui si palesa l’incapacità del giovane Gide di definire ciò che dobbiamo ricercare, questo breve passaggio ci permette di avvicinarci in punta di piedi all’argomento di questo articolo, perché alla fine ciò che Gide vuole rivelare è l’incapacità di liberarsi del conflitto tra un’educazione subita con angoscia e la brama di andare oltre, di frantumare i limiti che si è auto-imposto per raggiungere la felicità.

Da questo punto di vista, L’immoralista è un romanzo breve che seduce per la capacità dell’autore di esplorare l’evoluzione, o l’involuzione, di Michel, l’Io narrante che si confessa a tre amici che egli ha convocato per risvegliarlo dalla stasi in cui si è rinchiuso da solo, consapevole del male perpetrato su di sé e su una donna che non ama davvero, Marceline.

Così, partendo da una terra il cui calore tutti seduce, l’Africa, e dopo essere guarito dalla tubercolosi, Michel intraprende un percorso di redenzione dai freni inibitori che derivano da un’educazione affine a quella di Gide, a tal punto che, forse a ragione, si è più volte intravisto l’autore stesso adombrato dietro la figura di Michel.

In un disperato tentativo di affermazione nietzschiana, Michel ripudia il passato e si getta in una serie di esperienze che Gide non delinea nel dettaglio, forse per un pudore che ancora persiste in lui, forse per non scandalizzare i lettori dell’epoca, sicuramente per evitare di narrare degli eccessi che non aggiungerebbero nulla al valore del testo, ma che, anzi, lo svilirebbero, contrastando con l’armonia pacata ed elegante dello stile adottato dall’autore, il quale è, ricordiamolo!, un punto di connessione tra il Simbolismo ottocentesco e il Realismo novecentesco.

Attenzione: il romanzo non tratta soltanto « della contrapposizione tra puritanesimo e piacere, dacché il vero tema dominante è la qualità della libertà, a tal punto che Michel afferma che sapersi liberare non è niente; il difficile è sapere essere liberi »5 . Fuori di metafora: sapersi liberare coincide, in questo romanzo, con un abbandono della morale non tanto in un’ottica wildiana dell’amorale, bensì in un vero e proprio immoralismo, il che equivale a sua volta all’esplicitazione di determinate fantasie pederastiche che Michel come Gide porta dentro di sé sin dalle origini. 

Tuttavia, il difficile è sapere essere liberi: dopo aver abiurato il Super-Io e aver permesso che i sensi si scatenino, bisogna anche sapere rapportarsi a ciò che ne deriva. In questo caso, Michel scopre l’incapacità di comprendere cosa sia la vita, di rinchiudere la sua esistenza in una definizione, non perché non abbia vissuto, né perché non abbia gli strumenti per farlo, bensì perché scopre di aver vissuto nella parzialità, nell’incapacità di vivere davvero: « Impegnai così la mia vita, senza sapere che cosa fosse la vita »6.

Quando comincia a insinuarsi nel lettore l’idea che Michel stia cambiando? Nel momento stesso in cui Michel vede « per la prima volta davvero Marceline »: racconta di esserne innamorato, a tal punto che lei rimarrà incinta, sebbene sia un amore fragile nato più da un bisogno primordiale di avere qualcuno accanto piuttosto che da un desiderio di voler creare una famiglia. Michel non la ama: « il dover esistere occupa già fin troppo tempo »7, ma lui non è un ente indipendente dagli altri, non è una sostanza prima, perché ha bisogno degli altri per oggettivare il proprio esistere e, soprattutto, per dimostrare a se stesso di star trasfigurando, di star diventando altro-da-sé, a tal punto che, nel momento in cui sta per morire di tubercolosi, comincia a desiderare di vivere , perché cominciavo [cominciava], ahimè, ad amare la vita. Ancora: « fino ad allora mi ero lasciato vivere, confidando nella più vaga speranza: bruscamente la mia vita mi apparve aggredita, aggredita atrocemente nel suo punto cruciale. » 8 Qual è questo punto cruciale? Il suo corpo, che comincia a essere sempre più debole a causa della malattia. 

Comincia un percorso di deformazione: guidato da una fatalità esaltante e, lasciando dunque il cervello non nell’abbandono, ma nel riposo, Michel si affida con voluttà a se stesso, alle cose, al tutto, che gli sembra divino. Inizia a voler distruggere tutte le sovrastrutture: « il mio solo sforzo […] era perciò quello di bandire o sopprimere in me sistematicamente tutto ciò che pensavo fosse dovuto soltanto alla mia istruzione precedente e alla mia morale »9.

Michel si taglia la barba e si lascia crescere i capelli come simboli di uno stato di rinnovamento. Intanto, l’affanno del desiderio comincia a essere sostituito dal vuoto « di quella vita inattiva »10, vuoto che si trasforma ben presto in dolore, in inquietudine: « le opere migliori dell’uomo nascono immancabilmente dal dolore »11 Il protagonista inizia a tessere una serie di inganni: torna tardi la sera, frequenta delle compagnie poco raccomandabili e, soprattutto, mente alla moglie, forse per non farla preoccupare, certamente per evitare di dover affrontare il reale, consapevole del fatto che esplicitare qualcosa significa prenderne coscienza, rendere quel qualcosa fattuale, oggetto di discussione.

Arriviamo alla fatidica frase: « odio tutte le persone che vivono solo in base ai principi »12, perché, come spiega Ménalque, giovane intellettuale che irretisce con la facondia Michel, « da loro non ci si può aspettare nessuna forma di sincerità, perché fanno solamente quello che i principi dettano loro o, in caso contrario, considerano negativo ciò che hanno fatto. »13. Chiariamo: Ménalque critica coloro che, scambiando i piani prospettici, pongono se stessi come canone, come autorità giudicanti, incapaci di comprendere che, al di fuori dei loro principi, esiste anche altro.

Michel cade in un errore speculare, poiché dimentica l’autorità, la coscienza morale, cercando una libertà caduca all’interno di un sistema distruttivo che condurrà la moglie sul lastrico psico-fisico, martire di un egotismo inconscio, di una sensualità cercata fino all’eccesso: « dovevo confessare a me stesso che in ogni essere il peggiore istinto mi appariva il più sicuro. Ma, dopo tutto, che cos’era per me la sincerità? »14. Marceline muore.

Tra le pagine terminali del romanzo v’è la seguente riflessione: « ho conquistato la libertà, può darsi, ma che cosa importa? Soffro di questa libertà che non metto a frutto. Non è, credetemi, che io sia stanco del mio delitto, se volete chiamarlo così; ma devo dimostrare a me stesso di non aver superato i limiti di quanto era mio diritto. »15Michel è andato oltre, ha oltrepassato il limite, ha provato l’ebbrezza della libertà, ma ha anche sperimentato ciò che appare solo in linea teorica all’inizio del romanzo: il libero arbitrio è un dramma. In un universo rovesciato tutto è possibile, ma, nel momento in cui tentiamo di ricondurre qualcosa alla norma, dobbiamo fare i conti con i meccanismi che abbiamo messo in moto: Michel non ci riesce, fallisce; nel tentativo di essere libero, egli si riscopre schiavo delle proprie pulsioni e delle proprie emozioni. « Il difficile è sapere essere liberi », appunto.

Lorenzo Granillo
Lorenzo Granillo, classe 2001, ha da poco terminato il liceo linguistico Mosè Bianchi e studia Lettere. Qualche pubblicazione (Elzeviro, Inverso, Frequenze poetiche, Le stanze di carta, Dissipa tu, Il visionario, Altrove) sulle spalle e tanti, troppi libri da leggere ancora. Gestisce la rivista di cultura militante Gestus. Chissà.

You may also like

Comments are closed.

More in Prosa