Prosa

La famiglia come tomba | Zoo | Isabella Santacroce

di Lorenzo Granillo.

Una famiglia claustrofobica, quella tratteggiata da Isabella Santacroce: in un crescendo di violenza psico-fisica che il mondo perpetra sui personaggi, i quali poi si annientano tra di loro, impera la tragedia, e non rimane aria per respirare, soprattutto perché il libro procede per elisione narrando solo ciò che è funzionale alla vicenda con continue analessi e condensando in centoventicinque pagine un dramma che è prima famigliare e poi storico, in quanto è il riflesso di una società che stigmatizza laddove si dovrebbe tentare di capire, senza dover necessariamente accettare.

Del resto è difficile comprendere ciò che non si conosce, soprattutto quando l’oggetto è il primo a nascondersi: il fatto che le creature della Santacroce non abbiano nome ci svela qualcosa sulla loro natura, perché il nome è un presagio (nomen omen) e, nel momento in cui viene a mancare, non si può carpire il quod degli stessi a primo acchito. D’altra parte, è proprio in virtù dell’assenza di un nome che l’intreccio potrebbe essere trascinato sul piano del reale: nel momento in cui non possiamo inferire il destino dei personaggi, potremmo empatizzare maggiormente con loro, perché come noi non sono determinati, anzi, potrebbero auto-determinarsi. Eppure ciò non accade: la vicenda è assurda non perché si parli di un incesto tra figlia e padre, bensì perché v’è un annullamento del libero arbitrio, quasi come se tutti fossero predisposti all’auto-distruzione, quasi come se dovessero completare un lavoro di annichilimento che il mondo ha iniziato a esercitare su di loro nel momento stesso in cui ha messo in relazione la madre e il padre prima e i genitori e la figlia poi.

Tutto questo non vuol dire che i personaggi non possano scegliere, ma che rinuncino a farlo, a tal punto che la figlia, la quale narra in prima persona le vicende del romanzo, dice ciò: “vorrei essere lui in questo momento, io sempre vorrei essere lui in questo momento, io sempre vorrei essere un’altra persona, una qualsiasi, che rida forte per strada, con la gola felice”1 Subito dopo: “ci sono sempre anche quando dormo, mai mi stacco da me stessa, mai dimentico”. 2 Ancora: “sono una mente lucida che cerca la follia per annebbiarsi” 3. Fuori di metafora: è cosciente della propria condizione, ma non tenta di cambiarla, in una sorta di accidia dantesca.

Sappiamo che l’accidia non è indifferenza, ma una condizione di stasi in cui non si prendono decisioni: bisogna scavare, perché è da questo momento che qualcosa inizia a muoversi, a degenerare: “è uno zoo diverso da quello di prima, il rumore ha sostituito la dolcezza, mio papà non c’è”. 4 Il padre muore e lo zoo cambia forma.

Adesso non vi sono più due animali della stessa specie (il padre e la figlia) ad arginarne uno di specie diversa: la figlia deve contrastare da sola la madre, che è l’emblema di una finzione, perché “lei parla di una vita che non è più né sua né mia ma di qualcun altro, di un estraneo che invidia”. 5Ancora: “mio padre è morto da soli tre mesi, gli spazi sono bare enormi solo per me”. 6 C’è un continuo scambio di ruoli a livello materno: talvolta visitatrice dello zoo (“dice che quell’uomo non sa neppure che sono sua figlia”7, in riferimento a un giovane che comincia a frequentare dopo il decesso del marito), altre volte, come testimoniato poc’anzi, animale rinchiuso all’interno dello zoo stesso, vittima della figlia. Pur sapendo che, in una relazione, vi sono tendenzialmente ruoli stabili, qui si consuma anche la fusione degli estremi: non si può più parlare di vittima e carnefice, bensì di due poli ambivalenti che continuamente si scambiano i ruoli.

Approfondiamo: le due donne si compenetrano e nessuna delle due riesce a dire addio all’altra non tanto perché la figlia rimane paralizzata a letto in seguito a un incidente causato dalla madre stessa, in quanto la donna potrebbe, abiurando il proprio ruolo materno —  ruolo che lei ha inconsciamente messo da parte nel momento stesso in cui ha cominciato a sentirsi in competizione con la figlia e che consciamente pensa di poter e di dover portare avanti restando accanto alla stessa —, abbandonare la ragazza nel letto. Non lo fa.

Andiamo ancora più a fondo: la donna sceglie di non abbandonare la figlia perché proietta in lei una parte che le appartiene, un oggetto che prima possedeva e da qui ora, con tutta una serie di schemi manipolatori da parte di quest’ultima, è posseduta. Viceversa: la figlia non abbandona la madre non solo perché è paralizzata, quindi non potrebbe farlo fisicamente, ma anche e soprattutto perché le serve la madre per prendere parte al gioco degli orrori che tutti hanno contribuito a intessere, un gioco in cui la donna le chiede il permesso di andare al bagno. Forse perché non le è stato insegnato a farlo, probabilmente perché è incapace di guardarsi dall’esterno e di essere altro-dalla-madre, la figlia rende la madre specchio delle sue ossessioni, uno specchio sfregiato in cui si riflette un’immagine distorta, psicotica che trionfa nel finale e che porta all’uccisione della madre da parte della figlia.

Alla fine del romanzo non si può parlare di perversione: non v’è nulla di perverso in una famiglia che si auto-distrugge, semmai una tendenza al realismo che sfocia nell’assurdo, ma che, come nelle migliori pièce di Beckett e Ionesco, enfatizza determinati aspetti del reale stesso.

Di fatto, le dinamiche disfunzionali della famiglia descritta dalla Santacroce appartengono a molte famiglie di oggi: molte di esse mettono in scena determinati meccanismi che portano alla manipolazione più o meno inconscia dell’altro.

Senza cadere in una retorica stucchevole, possiamo affermare che si manipolano tutti a vicenda, perché tutti tentano di possedere l’altro, di forgiarlo e poi, dopo averlo alterato, di annullarsi in esso: c’è, fondamentalmente, un annientamento reciproco in cui decadono i ruoli e in cui i personaggi, senza nome, diventano archetipi amorfi, perché, nel momento in cui viene a mancare l’involucro, ciò che circoscrive (il ruolo!), vengono a mancare anche le funzioni sociali. Tanto che un padre non è più un padre, una madre non è più una madre e una figlia non è più una figlia: tutti diventano figli e genitori degli altri. 

La famiglia, dal romanzo della Santacroce, esce distrutta, perché non è più il baricentro della società, bensì un pezzo di legno arrugginito che necessita di essere riesaminato, aggiustato. E, forse, dovremmo cominciare davvero a comprendere ciò che ci circonda, evitando di sovrapporre la nostra visione a quella degli altri: nel momento in cui ci rapportiamo a un altro-da-noi dobbiamo preservare noi stessi dall’annullamento in meccaniche non funzionali che possono intercorrere in ogni relazione. Dobbiamo imparare a rapportarci all’altro in maniera sana, oppure disimparare la meccanica inconscia dell’annientamento reciproco. Perché è impossibile che la famiglia diventi la nostra tomba.

Lorenzo Granillo
Lorenzo Granillo, classe 2001, ha da poco terminato il liceo linguistico Mosè Bianchi e studia Lettere. Qualche pubblicazione (Elzeviro, Inverso, Frequenze poetiche, Le stanze di carta, Dissipa tu, Il visionario, Altrove) sulle spalle e tanti, troppi libri da leggere ancora. Gestisce la rivista di cultura militante Gestus. Chissà.

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