Prosa

Contro l’impoverimento emotivo | Homo homini virus, Disturbi di luminosità, Brama | Ilaria Palomba

di Lorenzo Granillo.

Introduzione

Scrivere di Ilaria Palomba equivale a dare un nome alle cose, a chiedersi il perché di ogni scelta artistica, in quanto in lei niente è slancio emozionale fine a se stesso, nonostante la sua sia una scrittura estremamente emotiva.

Scrivere della Palomba significa anche prendere coscienza del fatto che v’è in lei una ricerca, che talvolta sfocia stilisticamente in ricercatezza, tipica della Letteratura, il che vuol dire tutto e niente: tutto perché enfatizza il percorso in evoluzione dal punto di vista narrativo e quasi in stasi dal punto di vista degli obiettivi che si propone di raggiungere; niente perché tutti gli autori compiono una ricerca, profonda o meno che sia.

Eppure c’è qualcosa che distingue l’autrice dagli altri, una frattura che intercorre tra la Letteratura e la narrativa: c’è in lei il tentativo di ampliare lo sguardo, di spalancare una porta; c’è il tentativo di svelare qualcosa senza il quale si potrebbe tranquillamente vivere e di cui il lettore sente, tuttavia, il desiderio, forse persino il bisogno; c’è il tentativo di rovesciare gli estremi, di anatomizzarli e di mischiarli; c’è il tentativo di essere che si concretizza nel tentativo di esistere, in un grido rauco; c’è il tentativo di scovare le radici di tutto, di strapparle e di portarle in superficie, discepola di Platone. C’è, insomma, il tentativo di comprendere, di connettere l’universale al particolare: i personaggi diventano archetipi — ed è per questo che, in una scrittura che dovrebbe essere letta anche solo per la densità stilistica, noi ci concentreremo sulle questioni contenutistiche: in un mondo abituato al non-pensiero o, meglio, alla repressione auto-imposta del pensiero, Ilaria Palomba ci spinge a interrogarci su questioni che appartengono dapprima al singolo e poi alla società, perché il male di cui parla, talvolta disserta, è un male cosmico, forse persino avulso dal cronotopo. Ma andiamo con ordine.

Homo homini virus

2015. Esce Homo homini virus. In principio credevo nel corpo. In principio credevo nella salute. In principio credevo bastasse amare. Ora provo solo odio.1 Nella sintesi dell’incipit v’è il succo, poi approfondito, di tutto il libro: il corpo dovrebbe essere lo strumento essenziale per relazionarsi al Reale. Non lo è, non lo è più. Il corpo perde di significato nel momento in cui la realtà perde di significato e la realtà perde di significato nel momento in cui i personaggi cominciano a presentare, o presentano sin dall’inzio, tratti psicotici: l’unica cosa che mi resta è la profondità dello sguardo 2 , scrive Angelo, una delle due voci narranti. Uno sguardo deformato, aggiungiamo.

Ma è giusto parlare di psicosi? Forse no, non ancora: la psicosi implica un’avulsione dal reale inconscia, di incapacità di rapportarsi al reale stesso, non di consapevolezza, e i personaggi di Homo homini virus sono psicologi di se stessi, tanto che cadono spesso nella saggistica, accompagnando il tutto con ragionamenti epidittici, dimostrativi, volti allo scavo.

L’unico limite che c’è è quello dell’interiorità, dello sguardo: nel momento in cui non riescono a decifrare un avvenimento, quando arrivano là dove neppure i ricordi sanno nascondersi 3 , si perdono e cominciano a porsi altre domande, oppure si infuriano, si arrabbiano — tutti violentiamo qualcosa4 —, e la rabbia è lontana dall’indifferenza. Così come l’indifferenza è lontana da questo libro, perché qui tutto è eccessivo: vorrei spingere il corpo ai limiti massimi del dolore, quello da cui sgorga il piacere. Vorrei spingere l’esistenza ai limiti dell’esistenza. […] Divoreremo il tempo fino a infrangerlo.5

L’eccesso diventa norma: da “non credo nello spettacolo, nell’esibizione di sé” 6 di Angelo si arriva a “più di ogni esibizione desidero la morte” 7 di Iris, la seconda voce narrante. Niente ha senso, tutto ha senso. Il paradosso essere-esistere si spezza: si può esistere senza essere e, soprattutto, si può essere senza esistere, annullando all’origine il corpo stesso, che diventa un involucro vuoto che non vuole né può più essere colmato. Il soma, insomma, diventa altro dalla psiche.

Se il corpo ha solo valore metafisico, perché diventa strumento per rapportarsi a un Oltre, a un qualcosa che è al-di-là della physis, cosa rimane? Introduciamo un altro concetto: la logica del non-reale. In un mondo, letterario o meno che sia, tutto è possibile, anche vedere ciò che trafigge e oltrepassa il reale stesso. Ciò non vuol dire che non vi sia logicità, in quanto ogni passo della Palomba appare coerente con se stesso, ma che c’è un fuggire dal reale stesso, un rifugiarsi nella dimensione dell’estremo per paura, forse incapacità, sicuramente non voglia di adeguarsi a un presente che si ripudia: “la verità accappona la pelle. L’umano è inumano. La gente, le persone, tutta questa carne rattrappita, mi taglia il torace”.

Adesso possiamo rispondere alla domanda: questo corpo che sei lo distruggi e cosa credi rimanga? 8 Integriamo la domanda adottando un’ottica antropocentrica: cosa credi rimanga dell’individuo e del mondo che lo circonda, il quale è in dipendenza dal singolo? Anche qui: nulla e tutto. C’è una scissione tra il piano interiore e quello esteriore: ero pura antitesi, senza tesi né voce. Quanto ancora dovrò sfregiarmi per assurgere alla sintesi? 9 La tesi è il mondo esteriore e di esso nulla rimane, perché tutto viene filtrato dall’interiorità: il mondo, di cui fa parte il corpo, diventa una rappresentazione del singolo, un velo di maya da squarciare per giungere al noumeno. L’antitesi è il mondo interiore ed è pura psiche, essenza, origine di tutti i mali (archè kakon), perché, se il mondo esteriore può essere interpretato tramite la chiave esegetica dell’Io, esso tuttavia non può diventare un deserto di specchi. Fuori di metafora: il mondo esteriore continua a esistere, ed è questa la vera e propria condanna di Angelo e Iris. Il corpo viene declassato a strumento, diventa meccanismo di manipolazione. Perde definitivamente la propria dignità.

Ultimo passo prima di passare ad altro: per abitare un reale a tal punto respingente, è necessario negarsi, deformarsi, dissociarsi. Ecco cosa siamo: la nostra è una generazione di eterni assenti. Eterni inadeguati. Eterni dissoicati. Eterni kids. Eterni borderline. 10 La deformazione non è solo causata dall’abuso di droghe, alcool e sostanze psicotrope: è una deformazione più profonda, un tentativo di auto-sabotarsi che può sfociare nella modificazione della psiche stessa o, meglio, delle sue dinamiche relazionali col reale rinnegato. Insorge la psicosi.

Disturbi di luminosità

2018. Disturbi di luminosità arriva nelle librerie. La protagonista non ha nome: dopo aver subito uno stupro durante l’adolescenza, perde la propria identità. Lasciandoci ingannare dalla fine del romanzo, potremmo pensare che la ritrovi proprio negli istanti terminali di questo flusso di coscienza: non è così, non è mai così. È un continuo conflagrare cui segue una palingenesi: l’anonima continua a tornare indietro, a scavare nei ricordi, fino al punto di perdersi negli stessi per incapacità — questa volta sì! — di conformarsi al contemporaneo. Dovrebbe accogliere il presente, appartenergli, invece non riesce nemmeno ad accettarlo.

Anche qui c’è un corpo: m’illudevo di dominare dal basso con il corpo — il mio corpo al centro — e fuori lui, a spiarmi, spiarmi, spiarmi.11 Non più un mezzo per relazionarsi al metafisico ma prigione: non dell’anima, bensì del delirio. Cos’è il delirio? La psicosi: la protagonista soffre di un disturbo bordeline di personalità. Ma approfondiamo: può la psicosi essere davvero il punto più profondo dell’essere umano? Cioè: può la psicosi diventare un tutt’uno col singolo, tanto da poter parlare di modificazione dell’identità? Forse sì, ma non è questo il caso: la psichiatria è un fallimento. Non perché non esista la malattia, bensì perché nell’orizzonte della medicina non rientra l’analisi filo-sociologica del malessere: suggestione collettiva. Dire che siamo tutti folli, però, non basta: dobbiamo precisare che siamo tutti folli, dunque tutti sani, perché, se tutti abbiamo problematiche, viene introdotto un nuovo canone di sanità, quindi il significante follia si rivela in tutta la sua fragilità, soprattutto quando pensiamo al fatto che vi siano tanti disturbi non psichiatrizzati che, tuttavia, esistono e corrodono.

Ancora: i corpi colano, gocciolano, inondano e il fuoco si ciba della loro dissoluzione. Il tutto vive della distruzione delle sue parti. Sacralità della distanza, danza della distruzione, dissoluzione dell’io nel tutto. E il tutto è mancanza. Lui, non provare ad amarmi. 12 Che è come scrivere che, nel momento in cui i corpi si sfiorano, v’è un unico grande essere parmenideo cui essi fanno capo: c’è un tutto in cui i corpi si depersonalizzano, un qualcosa di infinito in cui i corpi perdono le proprie coordinate spazio-temporali, finendo per riverlarsi in tutta la loro finitezza. L’orgasmo stesso diventa congiunzione tra grandezza e miseria: nella grandezza del piacere riscopriamo la miseria dell’istante, del finito, anzi, del non-Infinito, perché c’è sempre un confronto che diventa scontro tra il singolo e tutto ciò che è maggiore. Se in Homo homini virus ci sono momenti in cui i personaggi si riscoprono lucidi, qui la voce narrante è perennemente allucinata, frastornata dal vivere, dall’incapacità di guardarsi correttamente dall’esterno: ogni volta che prova a rovesciare la prospettiva, finisce per guardare la vertigine dal basso, anziché dall’alto. Il che vuol dire che si guarda sì dall’esterno, ma sbagliando prospettiva: ci sono i mezzi, le potenzialità, le strutture per stare bene, ma non le è stato insegnato a usarle.

E così ci poniamo una domanda fondamentale: se testé ci siamo chiesti cosa resti dell’individuo, qui ci chiediamo cosa vi sia oltre l’umano. La risposta: tu cerchi il nuovo nei pulviscoli della luce, io cerco l’eterno nelle ferite. 13 Parafrasiamo: tu cerchi il nuovo all’esterno di te, io cerco l’eterno nel male che mi è stato fatto. Il dolore è l’unica realtà in un mondo di menzogne (mi sentivo falsa e sulla funzione basavo il mio stare al mondo 14 , scrive all’inizio del libro), e tuttavia alla fine la protagonista giunge a una conclusione: c’è qualcosa di sacro nell’autodistruzione ma anche di terribilmente ingannevole. È troppo facile lasciarsi cadere. È una forma di viltà. 15 L’inganno auto-imposto e alimentato da coloro che le fanno pensare di essere incapace di reagire, perché talvolta il bene dell’altro diventa un male e alimenta la stasi emotiva, crolla: al personaggio continuo a preferire la persona, se solo potessi vederla, oltre il riflesso 16 . E poi: tolto il disturbo di personalità per par condicio sembra dileguarsi anche la personalità. Come mi avesse portato via quel qualcosa di prezioso che mi rendeva unica. Ora sono una qualunque chiunque. 17 È tutto fin troppo chiaro: guarita dal disturbo di personalità, non si elimina il binomio persona-personaggio, perché si sostituisce altro alla componente che prima si definiva malata, né si elimina la fragilità, perché scopriamo che la malattia accentua, ma non aggiunge quasi nulla alla personalità — scopriamo di poter essere profondi anche senza dover esasperare, esacerbare, esulcerare. Scopriamo un equilibrio che non verte sullo squilibrio. Scopriamo di essere molto più simili alle persone che sono funzionali di quanto non pensiamo.

Brama

2020. Brama. Altro romanzo, altra catabasi nei recessi della psiche. Bianca, trentenne ricoverata più volte in psichiatria, incontra Carlo Brama, filosofo, ed è subito tragedia, un rincorrersi, talvolta ferirsi, altre volte insudiciarsi a vicenda con meccanismi narcisistici in cui gli opposti decadono definitivamente: vittima e carnefice, amore e odio, bianco e nero. Non c’è più nulla di estremo negli estremi: la Palomba mischia per l’ennesima volta le carte senza cambiarle davvero.

C’è, insomma, quello che all’inizio chiamavamo con altre parole evoluzione in perenne stasi: nell’approfondire le dinamiche relazionali, la Palomba rimane ancorata alla certezza di voler scavare nella psiche umana dall’interno e non dall’esterno, giudicando senza giudicare mai davvero, perché il giudizio che si impone è quello dei personaggi, non quello dell’autrice, che, anzi, radicalizza la propria posizione di osservatrice super partes per poter meglio imbastire la catastrofe. 

E la grande catastrofe è che il libero arbitrio è una vana illusione18, che, ce lo ricorda Fromm, siamo predestinati dalla biologia e dal contesto sociale alla psicosi. Ciò vuol dire che la psicosi è sempre psicosi in rapporto a un paradigma, a un canone, che non c’è malattia vera se non in rapporto al concetto di sanità, e viceversa. La psicosi è sempre un fenomeno sociale, non particolare, e in questo caso il sociale si riduce alle persone che Bianca incontra e devasta, incapace di fare del bene, non perché sia malvagia — inutile utilizzare un’ottica dualistica, ormai —, ma perché non sa né cosa sia il bene per se stessa né come rapportarsi all’altro senza ferirlo. Non le è stato insegnato, né ha potuto impararlo da sola: siamo sempre figli di qualcun altro e crescere significa depotenziare, non uccidere, le figure genitoriali, perché uccidere significherebbe creare una frattura, mentre depotenziare è importante per circoscrivere l’autorità dei genitori sul singolo per favorire uno sviluppo identitario e, allo stesso tempo, mantenere un legame con la tradizione, storica o famigliare che sia.

Solo nel momento in cui perdiamo il contatto con la tradizione ci riscopriamo incapaci di costruire un presente, perché viene a mancare il substrato: non dobbiamo distruggere, cadere nel nichilismo, bensì allontanarci, che è diverso, perché l’allontanamento presuppone l’andarsene da qualcuno o da qualcosa. Inutile dirlo: Bianca non tenta di allontanarsi dalla madre e dal padre, bensì tenta di annientarli; tenta di utilizzare il proprio malessere per manipolarli, e ciò è paradossale perché accusa Brama di vederla e di non vederla allo stesso tempo, cosa che lei fa coi genitori stessi, incapace di allontanarsi da loro, di comprenderli.

Attenzione: non stiamo chiedendo a Bianca di sostituirsi ai genitori stessi, instaurando tutta una serie di dinamiche perverse, ma di comprenderli, cosa che non riesce a fare. Per Bianca i genitori esistono e sono, ribaltando il paradosso di Homo homini virus, ed è qui la grande tragedia: Bianca scopre che anche i suoi genitori sono fatti di pulsioni e di errori, che dietro la madre e il padre vi sono una donna e un uomo. Ciò porta a un’incapacità di scavare, perché Bianca si ferma all’apparenza, incapace di fare ciò vorrebbe gli altri facessero con lei, e non è incoerenza, bensì vera e propria incapacità emotiva di guardare all’infuori di se stessa o, meglio, all’infuori del proprio dolore. Anche qui vi sono i mezzi per stare bene, ma l’incapacità di adoperarli.

Del resto: come può un umano considerare la vita da prospettive non umane? 19 Come può l’umano guardarsi dall’esterno? Solo un essere che sia umano e che trascenda la natura dell’essere umano stesso potrebbe farlo, ma Bianca non è un Dio, e sarà questa la sua sconfitta: dopo la morte di Dio l’uomo sceglie sempre il male. Ma la domanda sorge spontanea: chi è Dio? Chi è l’essere umano che Bianca innalza a Dio? Carlo Brama: nel momento in cui Bianca incontra Brama, nasce davvero, intraprendendo un percorso nietzschiano per annientare non solo l’amante, ma anche il principio di tutto. E, dopo aver ucciso Brama, il romanzo si chiude: i nostri corpi sepolcri di brama 20 . Torna il corpo, che è qui strumento estremamente fisico, carnale: non più solo mezzo per rapportarsi a un Oltre, né solo prigione parmenidea del delirio, bensì somma delle due componenti —  in cui l’Oltre è Carlo e il delirio rimane il disturbo borderline che caratterizza Bianca — con l’aggiunta della funzione di manipolazione, non solo sessuale, ma propriamente mentale, perché il corpo porta su di sé i frutti delle ferite e delle sovrastrutture mentali che Bianca si costruisce, a partire dalla finta epilessia fino ad arrivare agli svenimenti per aver ingurgitato psicofarmaci.

Conclusioni

Con questa triade di romanzi Ilaria Palomba delinea un percorso letterario denso e introspettivo, dimostrando come il banale non sia banale: ogni concetto, dal più ovvio al più avulso dalla quotidianità, viene scandagliato, talvolta esasperato, giocando coi contrasti stilistici, trovando un equilibrio tra bello e vero, costruendo personaggi e personalità complesse, dimostrando come la retorica possa essere funzionale se utilizzata con acribia e approfondendo diverse tematiche tramite l’unione di diversi campi dello scibile.

Ilaria Palomba è anche l’esempio di come non basti scrivere di tematiche profonde per essere profondi, il che non è scontato da dire: bisogna scavare, andare all’origine e ancor prima dell’origine. Perché Ilaria Palomba è l’antidoto contro l’impoverimento emotivo dell’epoca contemporanea e l’esempio di come non bisogni stigmatizzare, ma comprendere anche l’incomprensibile, o almeno provarci.

Lorenzo Granillo
Lorenzo Granillo, classe 2001, ha da poco terminato il liceo linguistico Mosè Bianchi e studia Lettere. Qualche pubblicazione (Elzeviro, Inverso, Frequenze poetiche, Le stanze di carta, Dissipa tu, Il visionario, Altrove) sulle spalle e tanti, troppi libri da leggere ancora. Gestisce la rivista di cultura militante Gestus. Chissà.

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